
Split arriva dalla collaborazione tra L.C.B. (Le Cose Bianche), Adamennon e Nessuno (Michele Carnielli) , è cioè la convergenza di un’industrial, un’obscure ed un black ambient project. Siamo nel buio primordiale dove il suono è primo e sesto senso, su quel sentiero dove è il sound ad illuminare, avvolgere o scavare tra le ombre che nel buio totale non hanno modo d’essere, nella catarsi a cui l’oscurità conduce, su passi percorsi come echi e riverberi, dove definirne il genere rischia di farci inciampare nelle radici di ogni definizione di genere. Mentre attendiamo l’uscita di queste 8 tracce in 33 copie con packaging fuori dai modi (cit. Nessuno, n.d.r.) possiamo ascoltarle e riascoltarle qui, ovvero su bandcamp, dove molti suoni convergono e si lasciano confezionare, ascoltare, condividere, a volte scaricare, se volete amare come ovunque in ogni altro dove il DIY che tanto ci piace ha modo di essere. Perché di DIY a.k.a. Do It Yourself si tratta, dalla copertina che vedete qui, risultato della collaborazione grafica tra Nessuno a.k.a. Michele Carnielli e Adamennon a.k.a. Adam Van Maledict, al packaging in arrivo di cui sopra e tutto quanto c’è nel mezzo e quanto verrà, video ad esempio, self released in due parole. Ma torniamo a Split, cui riservo il mio plurale maiestatico che no, non fa rima con laccio emostatico, non a caso. Split significa strappo, fenditura, spaccatura, scissione, divisione, rottura, frattura, frazionamento, ma anche mezzo bicchiere, non nel senso di mezzo pieno d’aria e mezzo pieno di liquido ma di bicchierino, uno shot per intenderci. Split sta ad indicare un qualsiasi album composto da due o più artisti e comprendente diverse tracce ciascuno, diverso quindi da una compilation che invece racchiude soltanto uno o due brani di ogni artista coinvolto, ma simile a ciò che ha dato origine a tale definizione, ovvero la prassi di stampare su lato A e lato B di un vinile musiche di artisti diversi, dunque di condividere l’uscita discografica nel dividersi lo spazio fisico del disco. Split significa anche Spalato, eppure Split mi ha riportata mente, anima e cuore in Idaho, non il noto My Own Private ma il mio personalissimo, recondito, un po’ sepolto, un po’ rimosso ricordo più intenso che ho dell’Idaho. Boschi fitti e sconfinati ed uno in particolare, quello in cui mi sono persa in compagnia di un ragazzo sordomuto, tal Little D, quando la luce della Luna piena tagliata da alberi alti e solenni non illuminava altro che tenebra, smarrimento e incomunicabilità, quando l’unica via d’uscita dalla paura è stata prendersi per mano e procedere nel buio fino a ritrovar la valle e le luci dei fuochi accesi. Questo per dire, l’immersione nel buio ha sfaccettature che rese in musica toccano corde capaci di spalancare porte non della sola percezione sonora e sensoriale ma di una dimensione altra che alcuni ritengono appartenga alla sfera sciamanica cui la tenebra riconduce, altri al buio rassicurante della placenta che sonno e dormiveglia e a volte la meditazione riescono a rievocare nel tepore di un morire e rinascere ogni notte ed ogni giorno, come dormire e svegliarsi, talvolta in posizione fetale. Si tratta di onde sonore dunque simili ad onde cerebrali ad un livello profondo, capaci di muovere i sogni e scavare nel subconscio, ma anche di riemergere perché, ve lo dico con parole non mie ma di William Blake e le lascio nel suo inglese certa che le capirete: if the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is: infinite. L’infinito non è facile da percepire, l’infinito sa essere crudele, dall’infinito si rischia spesso di voler fuggire per poter trovare conforto in un concetto più semplice da assimilare, finito, concreto, una spalla che sostenga, una colonna che tenga, che l’infinito toglie il respiro, è l’abisso e il vuoto, è il tutto e il nulla. Calcolarlo, trovarlo, saperlo è scienza e disciplina, matematica e fisica. Affrontarlo non è fare filosofia ma arte, giacchè diciamocelo questo è ancora la musica nella sua essenza, un’arte capace di abbattere le frontiere tra ogni linguaggio come solo i numeri a volte fanno, ma ad un livello emotivo ed emozionale che ne fa forza motrice di un comunicare senza confini, verso l’altro e verso l’alto, oltre quella che per molti è ancora la torre di Babele, oltre ciò che ne rimane a terra, oltre il cielo a cui mirava. Arrivare all’infinito come il fuoco fende l’aria e torna ad essere materia, come la musica racconta, come il silenzio ascolta, come un drone sfonda una porta aperta. Esempio: il fatto che Nessuno affronti i feedback della propria chitarra per poi modularli con Reason ha il fascino di un attestato di resistenza alla capacità di creare, distruggere e ricreare, simile a quel che di divino resta nella capacità che si ha di fare arte con una tastierina di merda (cit.) e la propria voce. L’impegno è quello di arrivare alla tenebra, laddove non ci siano crepe di luce a creare ombre, un po’ come in una camera oscura, dunque ad una petite mort, a mio avviso taumaturgica, come Split.





