Lezioni di vita e di quanto la trapassa, trafigge, riempie, circonda, adorna, affianca o tange. Il tutto con una nota sottesa e ben tenuta di ironia, a tratti tragicomica, una colonna portante di romanticismo tanto straziante da essere macabro eppure vivido, sanguigno, vitale. Una perla nera in una conchiglia di cristallo rovente e annerito dal fuoco. I dettagli decisivi, definitivi della trama si svelano e si lasciano trovare come raggi dorati nel buio di un intreccio sempre più fitto. Se l’autore di un romanzo è Dio e i suoi personaggi lottano contro la sua crudeltà, la sua indifferenza, la sua onnipotenza e se il diavolo non ne è l’acerrimo nemico ma bensì il complice, anzi il boia, del suo concetto di giustizia, è in questo romanzo di Joe Hill aka il figlio diStephen King che la questione viene affrontata con maestria ed una capacità visionaria degna di pochi. I personaggi si incontrano e scontrano come alter ego l’uno dell’altro, gli sviluppi delle loro percezioni sensoriali ed extrasensoriali creano una realtà, questa storia, coinvolgente, affascinante e dotata di una portata di realtà sconvolgente.

Mentre lo leggevo, più o meno verso la metà della storia, all’aperto in un pomeriggio assolato completamente immersa nel susseguirsi delle vicende di Ig Perrish, mi si è avvicinato un ragazzo di origine senegalese, residente a Milano, con dei libri nella mano e uno zaino in spalla, che mi ha detto: “mi piace molto quello che stai facendo.” Si riferiva, ovviamente, al fatto che stavo leggendo. Ho alzato lo sguardo dal libro e l’ho guardato con fare distaccato nell’ipotizzare che di lì a poco mi avrebbe più che certamente proposto di acquistarne uno. Invece ha prima d’ogni altra cosa proseguito così: “perché leggere libera la mente dallo stress e lascia una luce attorno al cuore, una luce che lo protegge.” Quando ho terminato di leggere questo stesso libro, ieri sera, ho ripensato a queste parole e ho deciso che ne avrei parlato, che ne avrei scritto, che ve l’avrei consigliato in particolare se siete amanti del genere, perché io stessa sono grata a chi a sua volta l’ha consigliato a me.

Ragionandoci, l’unica nota stonata che ho colto è stata una felpa. O meglio, ho constatato che in mancanza di una maglia, va bene anche una felpa, soprattutto di notte, dopo una tempesta. Per il resto, stanotte ho sognato una voce, maschile, whispering in my ear. Qualcuno cercava di distogliermi dall’ascolto, mentre fissavo il vuoto seduta sul bordo di un tavolo di legno tra i tavoli in un’improbabile vecchia o nuova Inghilterra, in un palazzo dalle pareti grezze e umide ricoperte di scritte nere e caotiche fino alla linea del soffitto, ma la voce nella mia testa, anzi nel mio orecchio sinistro, era molto più interessante di quel richiamo contingente, cadenzata, vigile, seria ma non seriosa, vagamente sensuale:warm, in una parola. You’re, in altre due. Poco dopo ero nella soffitta di mio nonno, adibita a sala prove, sala di registrazione e sala di proiezione e dormivo in una sorta diplaid a mo’ di sacco a pelo tra altre persone che al mio risveglio mi chiedevano di che fosse fatta quella stoffa e come si aprisse. Qualche gradino oltre il vetro della sala prove, seduto su una sorta di tribuna dietro il vetro di proiezione, c’era un mio caro, carissimo amico lì seduto a disegnare dei fumetti. Un bel sogno, in sintesi, il che non è cosa da tutti i romanzi di genere horror poter dare. Vero che a me piace il genere e mi sono imbattutta ne L’incendiaria di Stephen King a quattordici anni come in una boccata d’aria fresca in un campo capace di respirare profumo di terra nella notte, salvo dal cemento assorbi e rilascia calore tutt’attorno, riempendomene i polmoni come solo d’ossigeno, ma tanto di cappello a Joe Hill per la grazia con cui è in grado di raccontare delitti, tragedie ed orrori. Potete seguirne le vicessitudini sul suo sito.

Pubblicato: giugno 18, 2012 in Musica

Houssy's Movies

Gloria e vita alla nuova carne.

Sì, partiamo proprio da qui, da Videodrome del lontano 1983, perché Cosmopolis ne è la diretta conseguenza e la perfetta discendenza, ma soprattutto perché ancora una volta bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale.

Esattamente come la storia che racconta, Cosmopolis è un viaggio attraverso il nostro mondo, il nostro domani e il nostro divenire lentamente sempre meno umani. Svuotati di ciò che ci rende quel che siamo, per ridurci ad un involucro senziente di carne, risentimento, desiderio, sangue e follia, in questo senso il film di Cronemberg vola alto e ci restituisce un mondo e un essere umano vuoti e terribilmente soli.

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Documentario che racconta le vicende del gruppo Earth Liberation Front che l’FBI ha denominato “minaccia numero 1 del terrorismo domestico”.

Qualunque cosa l’FBI e i mass media abbiano inteso con le definizioni di eco-terrorismo e terrorismo domestico, è in questo documentario di Marshall Curry che viene messa in discussione, forse una volta per tutte o almeno questa volta per tutti, raccogliendo tutte le voci, le testimonianze, le esperienze, le opinioni e le riflessioni riguardo quanto accadde negli Stati Uniti tra il 1995 ed il 2001 e seguendo in particolare il percorso di uno dei so called terroristi coinvolti: Daniel McGowen, ovvero l’unico la cui storia volge qui al termine differenziandosi quel tanto necessario a sottolineare aspetti non poco salienti della questione.

Esiste  una profezia dei Nativi Americani Hopi che in molti -in particolare dopo la recente, sconvolgente moria di uccelli e pesci- conoscono, dice: «quando la Terra starà per morire, nascerà una nuova tribù di ogni colore e credo. Questa tribù sarà chiamata “I Guerrieri dell’Arcobaleno” e metterà la sua fede nelle azioni, non nelle parole.»

Non è difficile scorgervi un’analogia con quanto portato in agire dall’Earth Liberation Front, inizialmente e non per poco tempo con manifestazioni pacifiche, sit-in, accampamenti agli accessi alle foreste, difesa degli alberi uno ad uno facendo del proprio corpo scudo ed allo stesso tempo bersaglio per ruspe, guardie forestali e poliziotti. Dove nasce l’E.L.F.? Con ogni probabilità il suo zoccolo duro prende forma a Seattle, durante le proteste contro il WTO, in quelle giornate di guerriglia urbana. Le azioni dell’E.L.F. si fanno aspre, decise e determinate col tempo, questa se non altro la tesi che la documentazione cronologica assemblata da Curry suggerisce, sono la reazione che i ragazzi oggetto di sgomberi, gas irritanti e lacrimogeni paiono avere, la direzione che decidono di prendere. Il loro è un passaggio, dunque, ad azioni violente tese a minare il sistema economico su cui si muovono deforestazione, allevamenti da macello, ricerche genetiche applicate, ecc. E’ quando arrivano a questo, a quello che Daniel definisce “troppo grande, troppo veloce, troppo serio”, che non solo gli incendi fino ad allora appiccati alle proprietà continuano a far notizia sui piccoli schermi come l’allarme di un’auto in fiamme non smette di suonare, ma anche le loro modalità di comunicazione, organizzazione e pianificazione divengono oggetto di inevitabile ed accanita attenzione da parte della polizia federale che li scoverà uno ad uno, dal punto di rottura in cui si sono divisi passando attraverso il momento in cui il primo di loro darà il via all’effetto domino di quella che è stata a tutti gli effetti la loro misfatta. Un documentario, questo di Marshall Curry, degno di nota, per capire, per non dimenticare, per continuare a ricordare e non smettere, mai, di riflettere sul perché di queste dinamiche e, non in secondo piano, sul perché delle divise.

Mi è capitato, in vita mia, d’aver conosciuto una persona che aveva vissuto sugli alberi. Non era un membro dell’E.L.F., di questo sono certa, ma forse era ed è un guerriero dell’arcobaleno. Ciò che ricordo con rammarico è d’averci dovuto lottare. Anche per questo, vi consiglio a cuore in mano la visione di If a Tree Falls: A Story of The Earth Liberation Front. Vale la pena d’esser visto, parola.

Split arriva dalla collaborazione tra L.C.B. (Le Cose Bianche), Adamennon e Nessuno (Michele Carnielli) , è cioè la convergenza di un’industrial, un’obscure ed un black ambient project. Siamo nel buio primordiale dove il suono è primo e sesto senso, su quel sentiero dove è il sound ad illuminare, avvolgere o scavare tra le ombre che nel buio totale non hanno modo d’essere, nella catarsi a cui l’oscurità conduce, su passi percorsi come echi e riverberi, dove definirne il genere rischia di farci inciampare nelle radici di ogni definizione di genere. Mentre attendiamo l’uscita di queste 8 tracce in 33 copie con packaging fuori dai modi (cit. Nessuno, n.d.r.) possiamo ascoltarle e riascoltarle qui, ovvero su bandcamp, dove molti suoni convergono e si lasciano confezionare, ascoltare, condividere, a volte scaricare, se volete amare come ovunque in ogni altro dove il DIY che tanto ci piace ha modo di essere. Perché di DIY a.k.a. Do It Yourself si tratta, dalla copertina che vedete qui, risultato della collaborazione grafica tra Nessuno a.k.a. Michele Carnielli e Adamennon a.k.a. Adam Van Maledict, al packaging in arrivo di cui sopra e tutto quanto c’è nel mezzo e quanto verrà, video ad esempio, self released in due parole. Ma torniamo a Split, cui riservo il mio plurale maiestatico che no, non fa rima con laccio emostatico, non a caso. Split significa strappo, fenditura, spaccatura, scissione, divisione, rottura, frattura, frazionamento, ma anche mezzo bicchiere, non nel senso di mezzo pieno d’aria e mezzo pieno di liquido ma di bicchierino, uno shot per intenderci. Split sta ad indicare un qualsiasi album composto da due o più artisti e comprendente diverse tracce ciascuno, diverso quindi da una compilation che invece racchiude soltanto uno o due brani di ogni artista coinvolto, ma simile a ciò che ha dato origine a tale definizione, ovvero la prassi di stampare su lato A e lato B di un vinile musiche di artisti diversi, dunque di condividere l’uscita discografica nel dividersi lo spazio fisico del disco. Split significa anche Spalato, eppure Split mi ha riportata mente, anima e cuore in Idaho, non il noto My Own Private ma il mio personalissimo, recondito, un po’ sepolto, un po’ rimosso ricordo più intenso che ho dell’Idaho. Boschi fitti e sconfinati ed uno in particolare, quello in cui mi sono persa in compagnia di un ragazzo sordomuto, tal Little D, quando la luce della Luna piena tagliata da alberi alti e solenni non illuminava altro che tenebra, smarrimento e incomunicabilità, quando l’unica via d’uscita dalla paura è stata prendersi per mano e procedere nel buio fino a ritrovar la valle e le luci dei fuochi accesi. Questo per dire, l’immersione nel buio ha sfaccettature che rese in musica toccano corde capaci di spalancare porte non della sola percezione sonora e sensoriale ma di una dimensione altra che alcuni ritengono appartenga alla sfera sciamanica cui la tenebra riconduce, altri al buio rassicurante della placenta che sonno e dormiveglia e a volte la meditazione riescono a rievocare nel tepore di un morire e rinascere ogni notte ed ogni giorno, come dormire e svegliarsi, talvolta in posizione fetale. Si tratta di onde sonore dunque simili ad onde cerebrali ad un livello profondo, capaci di muovere i sogni e scavare nel subconscio, ma anche di riemergere perché, ve lo dico con parole non mie ma di William Blake e le lascio nel suo inglese certa che le capirete: if the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is: infinite. L’infinito non è facile da percepire, l’infinito sa essere crudele, dall’infinito si rischia spesso di voler fuggire per poter trovare conforto in un concetto più semplice da assimilare, finito, concreto, una spalla che sostenga, una colonna che tenga, che l’infinito toglie il respiro, è l’abisso e il vuoto, è il tutto e il nulla. Calcolarlo, trovarlo, saperlo è scienza e disciplina, matematica e fisica. Affrontarlo non è fare filosofia ma arte, giacchè diciamocelo questo è ancora la musica nella sua essenza, un’arte capace di abbattere le frontiere tra ogni linguaggio come solo i numeri a volte fanno, ma ad un livello emotivo ed emozionale che ne fa forza motrice di un comunicare senza confini, verso l’altro e verso l’alto, oltre quella che per molti è ancora la torre di Babele, oltre ciò che ne rimane a terra, oltre il cielo a cui mirava. Arrivare all’infinito come il fuoco fende l’aria e torna ad essere materia, come la musica racconta, come il silenzio ascolta, come un drone sfonda una porta aperta. Esempio: il fatto che Nessuno affronti i feedback della propria chitarra per poi modularli con Reason ha il fascino di un attestato di resistenza alla capacità di creare, distruggere e ricreare, simile a quel che di divino resta nella capacità che si ha di fare arte con una tastierina di merda (cit.) e la propria voce. L’impegno è quello di arrivare alla tenebra, laddove non ci siano crepe di luce a creare ombre, un po’ come in una camera oscura, dunque ad una petite mort, a mio avviso taumaturgica, come Split.

Eccoci e rieccoci: azione, pianeta Terra, Stati Uniti e resto del mondo, un veterano della CIA considerato un traditore e ricercato come tale ed una giovane recluta che si trova ad averci a che fare a stretto contatto. L’avete visto? Anch’io. Io sì. Dico che merita di essere visto, vertigini da steadycam e dovuti filtri da trionfo della giustizia permettendo, perché penso non lo si debba lasciar passare inosservato. Denzel Washington e Ryan Renolds hanno uno scarto di carisma l’uno rispetto all’altro che si coglie nell’impegno del secondo e ben aderisce ai ruoli che interpretano qui, Tobin Frost e Matt Weston, dove quest’ultimo più che al fianco di un criminale si trova al cospetto di un maestro. Le sparatorie abbondano, le colluttazioni corpo a corpo non mancano, la necessaria e concitata fuga dei due dalla prima Safe House della CIA a Città del Capo è da manuale, gli sviluppi che ne seguono sono enfatizzati con maestrìa non mettendo comunque da parte debolezze e sentimenti ed anzi sottolineandoli con primi piani che durano il tempo di qualche respiro ed alcuni sguardi eloquenti quanto emozioni incontenibili in quello che traspare e si impone come il plausibile lato umano di un agente segreto. Un ruolo non secondario viene dato alla corruzione, al sistema in quanto tale, all’esplicitarne i meccanismi biechi, il che è quanto rende Safe House – Nessuno è al sicuro un film da vedere consci del piacere che può dare veder emergere questo tipo di dinamiche dal silenzio che le protegge. Quel perché che porta a vedere un film di spionaggio, in altre parole, proiettato sul mito patriottico, messo in chiaro passo, passo, colpo su colpo, scavando nella questione contingente fino a trovare il fango.

Oltre  a Washington e Reynolds, nel cast troviamo: Vera Farmiga nel ruolo del capo dipartimento della CIA Catherine LinklaterBrendan Gleeson in quello del case officer David Barlow; Sam Shepard nei panni del vice direttore delle operazioni della CIA Harlan WhitfordRuben Blades in quelli del contraffattore Carlos VillarNora Arnezeder nel ruolo della fidanzata di Matt, il medico Ana Moreau; Robert Patrick in quello dell’agente senior Daniel Kiefer; Liam Cunningham ad interpretare l’agente segreto MI6 Alec Wade; Joel Kinnaman il custode della seconda Safe House della CIA Keller e Fares Fares il mercenario Vargas.

Alla regia di Safe House – Nessuno è al sicuro c’è Daniel Espinosa, alla sceneggiatura David Guggenheim.  Pare che quest’ultima fosse finita nella lista nera delle migliori sceneggiature non ancora prodotte, almeno fino all’intervento di Scott Stuber e della sua Bluegrass Films, qui appunto alla produzione con l’apporto, alla produzione esecutiva, dello stesso Denzel Washington e di Scott Aversano, Adam Merims, Alexa Faigen, Trevor Macy e Marc D. Evans. La squadra di cui si è avvalso Espinosa è degna di nota: Oliver Wood è il direttore della fotografia, Richard Pearson è al montaggio ed il premio Oscar Brigitte Broch alla scenografia.

Che merita di essere visto l’ho già detto giusto? Sì certo, intendevo scritto. P.S. La musica che sentite nel trailer è firmata da Jay-Z & Kanye West Ft. Frank Ocean, titolo: No Church In The Wild.

The Double

Pubblicato: marzo 13, 2012 in Cinema
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Se vi andasse un’insalata di stereotipi sul genere thriller spionistico ve la serve The Double, condita con salsa dressing molto sour cream ed un tentativo più e meno riuscito di sovvertirne i tempi di consumazione, ovvero il tipico ordine degli eventi e degli avvenimenti in un genere che solitamente vede un unico, risolutivo momento rivelatore chiudere il mistero. Parto col piede critico? Sì certo, con un goccio di sarcasmo. Non ho mai subito il fascino di Richard Gere nei suoi ruoli brillanti e melodrammatici, non mi ha sfiorato in questo che tiene il dramma ed aggiunge tensione ed azione, anzi, m’è parso un po’ ingessato, come dire? Rigido. C’è da precisare che le linee narrative in cui è incastrato, la suddetta insalata a cui mi riferivo, sono piuttosto costrette: il veterano e la nuova leva, la famiglia cuore di quest’ultima, un efferato assassino ricercato su scala mondiale dai servizi segreti, paralleli e meridiani dello spionaggio su coordinate guerra fredda, indiziati improbabili, coincidenze fin troppo avvertibili, il confine USA/Messico ad aprire le danze, la vendetta, la lealtà, la tragedia e una bandiera a stelle e strisce a chiuderle. C’è dunque una nota stridente, un colpo di scena inatteso non lontano dall’apertura, che va a tradire le prime aspettative create, ovvero le più tipiche del genere, per confondere le possibili deduzioni a venire e guidare lo spettatore in derive e convergenze che si dipanano via, via fino ad un punto di snodo esplicito, esplicitato ed atteso che funge da secondo e quindi definitivo momento rivelatore. Sforzo apprezzabile, certo, ma s’è capito che non m’ha convinto? Che non vi consiglio di andarlo a vedere al cinema ed anzi penso che si possa tranquillamente vedere su piccolo schermo? Bene. Ora smusso un po’ gli angoli per la regia, trattandosi dell’esordio di Michael Brandt, il cui nome non è presente sulla locandina italiana ma significato dai suoi precedenti lavori come sceneggiatore. Brandt si presenta alla regia con un buon esercizio di stile, senza dubbio, non poco citazionismo e qualche apprezzabile dettaglio, non rischiando poi molto.

John Carter

Pubblicato: marzo 12, 2012 in Cinema
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Andrew Stanton, premio Oscar per Alla ricerca di Nemo e Wall-E, è il prescelto alla regia di quest’opera epica per IMAX e 3D a produzione Walt Disney Pictures. Interpretato da Taylor Kitsch, il Tim Riggins della serie Friday Night Lights, l’eroe dell’imprescindibile Ciclo di Marte (Barsoom) di cui è autore Edgar Rice Burroughs, qui in particolare del primo libro La Principessa di Marte, pubblicato nel 1917 da A. C. McClurg col titolo A Princess of Mars, scritto nel 1911 e conosciuto anche con il titolo di Sotto le Lune di Marte, ovvero quello dato alla versione pubblicata a puntate nel 1912 sulla rivista All-Story Magazine e sotto lo pseudonimo di Normal Bean, arriva ad ampio raggio ed inevitabile impatto sui grandi schermi del pianeta Cinema. Probabile primo passo di una serie di sequel, vede la mano dello scrittore premio Pulitzer Michael Chabon alla sceneggiatura al fianco dello stesso Stelton e di Mark Andrews e, con un budget di 250 milioni di dollari, non si fa mancare tutti i crismi del grande cinema d’animazione, compresi un pizzico di ironia non certo da quattro soldi ed una protagonista femminile degna di Lara Croft,  Lynn Collins. Nel cast anche William Defoe, Thomas Haden ChurchSamantha MortonDominic WestPolly WalkerJames PurefoyMark StrongCiarán HindsDaryl Sabara; alla fotografia Daniel Mindel, già in Star Trek e Mission: Impossible III. Sul film che volete che vi dica? Non è esattamente un sogno, fatto bene ovvio che è fatto bene, un tantino superficiale ma con qualche picco ed un paio di accenni profondi, il tipico parallelo tra i mondi, il flashback a dominare, ovviamente il lieto fine. Fatto bene è fatto bene. Mi sono rimaste impresse più che altro due scene, la più drammatica e la più enfatica, il dramma personale del passato dell’eroe ed il suo riuscire ad esortare il giubilo dell’arena in cui viene buttato in catene, queste due. Per il resto mi è rimasto un senso di vuoto, ma forse è quanto doveva essere: qualcosa di leggero, che cavalchi la luce e non le acque, come su Marte, che arrivi, passi ed oltrepassi senza lasciare troppi segni, senza molti solchi. Non esattamente un sogno, neanche un viaggio, più uno spettacolo, non eccelso forse ma, mi ripeto, ben fatto e per tutte le età. Lo so che non mi sentite entusiasta, ma vi basti sapere che i bambini presenti in sala lo erano, non poco, e non solo loro.